Socialfascismo

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Il socialfascismo è un concetto politico sviluppato negli anni '20 e '30 dall'Internazionale Comunista (Comintern) sotto l'influenza di Stalin, secondo cui la socialdemocrazia ed il riformismo erano considerati forme di fascismo mascherato. Tale teoria dimostra come, i riformisti ed i socialdemocratici, pur dichiarandosi socialisti od operai, avrebbero in realtà sostenuto il sistema capitalista ed agito di conseguenza come un ostacolo rivoluzionario, contribuendo alla repressione della classe operaia.

I Menscevichi nella Russia all'inizio XX secolo, oppure la fazione riformista interna al Partito Socialista Italiano che gli ordinovisti hanno tentato di cacciare dal partito durante il congresso di Livorno, oppure ancora elementi revisionisti come la dirigenza titina in Jugoslavia e l'eurocomunismo berlingueriano sono accomunati dallo stesso modus operandi caratterizzato da una riforma del capitalismo e dall'uso dello Stato per favorire la classe operaia a scapito della classe capitalista, senza abolire il capitalismo o il dominio borghese stesso. Di conseguenza tali fazioni politiche si sono storicamente rivelate un ostacolo alla rivoluzione, indi per cui possono essere definite tutte "socialfascismo"[1].

Anche al giorno d'oggi, in diversi paesi del pianeta, esistono realtà come partiti, attivisti e persino militanti sedicenti comunisti che agiscono in tutto e per tutto nella stessa maniera dei socialfascisti di allora[2]. Tuttavia è bene considerare che la teoria del socialfascismo venne formalmente abbandonata dai marxisti-leninisti già nel 1935, a causa del crescente espansionismo nazista tedesco e giapponese che minacciava l'Unione Sovietica, trascinandola nella Grande Guerra Patriottica nel 1941. A discapito della teoria del socialfascismo, dal 1935 il Comintern iniziò a promuovere una teoria dei fronti comuni.

Etimologia

Il termine "socialfascismo" è una parola macedonia che unisce "socialismo" con "fascismo" e venne utilizzato dal Comintern e dai partiti affiliati . Tuttavia, il fenomeno veniva già abbondantemente documentato e monitorato in passato; durante il II Congresso dell'Internazionale Comunista (Comintern) Lenin si esprise in merito a questi soggetti definendoli "socialtraditori"[3].

In origine il termine indicava dispregiativamente i socialdemocratici, i riformisti ed i revisionisti e veniva utilizzato regolarmente dai Marxisti-Leninisti. Ad oggi è possibile imbattersi in discussioni con liberali di destra ma anche socialdemocratici ed altri elementi di sinistra borghese che riesumano il termine utilizzandolo come dispregiativo nei confronti dei Marxisti-Leninisti, accusando questi ultimi di fascismo rosso o paragonandoli con i nazifascisti confrontando i crimini di questi ultimi con quelli dei marxisti-leninisti (o presunti tali, dati gli enormi sforzi adoperati dalla borghesia per affossare il comunismo anche con la propaganda).

Storia

Come già accennato, il fenomeno del socialfascismo veniva già osservato da Lenin che, durante il II Congresso del Comintern usò il termine di "socialtraditori" per indicare i socialdemocratici. All'epoca il fascismo era ancora un movimento che stava facendo i suoi primi passi in Italia e di conseguenza era insignificante sia nel suo paese d'origine che nel resto d'Europa, dove si organizzò in altre forme (Franchismo in Spagna, Nazionalsocialismo in Germania, ecc...), di conseguenza la prima comparazione tra socialdemocrazia e fascismo comparve solo il 9 gennaio 1924, su una risoluzione del Presidium del Comitato Esecutivo dell'Internazionale Comunista, che si espresse in merito alla questione tedesca:

«Attualmente i dirigenti della socialdemocrazia non sono che una frazione del fascismo che si dissimila [sic] sotto la maschera del socialismo... La socialdemocrazia internazionale al completo diventa così a poco a poco l'ausiliaria permanente della dittatura del grande capitale. I Turati e i Modigliani in Italia, i Sakyzov in Bulgaria, i Pilsudsky in Polonia, i capi socialdemocratici del tipo di Severing in Germania, cooperano direttamente a stabilire la dittatura del capitale... Ma i capi socialdemocratici di sinistra sono ancor più pericolosi di quelli di destra...»

Si può ben notare, già da questa risoluzione, che i Marxisti-Leninisti ritenevano la socialdemocrazia un pericolo ben peggiore del fascismo stesso. Tale argomentazione viene successivamente ripresa da Zinovjev in occasione del V Congresso dell'IC (estate 1924), che presentò in tale occasione un rapporto politico denominato La socialdemocrazia, un'ala del fascismo, che venne successivamente approvato da Stalin il quale scrisse sull'articolo Sulla situazione internazionale (settembre 1924) che le due ideologie fossero gemelle e che completano assieme la macchina della repressione borghese[4].

Il socialfascismo venne denunciato durante il VI Congresso dell'IC (estate 1928) ed anche nei plenum successivi. La denuncia dei riformisti e dei socialdemocratici era fondamentale per differenziare i riformisti ed i socialdemocratici dal movimento comunista, governato e composto da rivoluzionari autentici, A causa della differenziazione non netta tra le due categorie, i socialdemocratici al potere in Europa hanno suscitato malcontenti che hanno in seguito permesso alle destre fasciste di acapparrare consensi, come avvenuto in tutta Europa[5].

La teoria del socialfascismo viene successivamente abbandonata nel 1935 a causa della crescente aggressività da parte dei fascisti, in particolar modo dei nazionalsocialisti tedeschi, nei confronti dei comunisti e dell'Unione Sovietica. La politica fondata sulla teoria del socialfascismo venne rimpiazzata con la politica dei fronti popolari promossa dal massimo dirigente bulgaro Georgi Mihajlov Dimitrov che intervenne in favore di ciò in occasione del VII Congresso[6].

Bibliografia

Note

  1. Socialdemocrazia - Prolewiki (in inglese)
  2. Norberto Natali (2024): Il Socialfascismo - Marx21
  3. Spriano, 1967, pp. 70-72.
  4. Citato in Natoli, 1980, pag. 27
  5. La Voce, n.74
  6. Dimitrov, 1935