Gerolamo Cardano

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Girolamo Cardano (Pavia, 24 settembre 1501 - Roma, 21 settembre 1576) è stata una figura poliedrica del rinascimento italiano vissuta in un' epoca in cui il sapere tradizionale si confrontava con le nuove frontiere della conoscenza. Medico, matematico, filosofo e inventore, la sua esistenza fu segnata da avventure intellettuali e drammi personali, che tuttavia non gli impedirono di distinguersi in diversi campi, lasciando alla posterità contributi fondamentali per lo sviluppo della scienza moderna. Nato in un'Italia divisa tra guerre e fermenti culturali, Cardano visse un'esistenza segnata da straordinari successi e drammi personali: dalla fama internazionale come medico alla condanna del figlio, dalle brillanti scoperte matematiche all'accusa di eresia. Delle circa duecento opere che compongono la sua produzione enciclopedica (in gran parte perdute per mano dell'Inquisizione), emergono in particolare il De Subtilitate e l'Ars Magna, testimonianze di un pensiero capace di coniugare precisione scientifica e universale curiosità. L'autobiografia (De propria vita), a sua volta, rappresenta uno dei più vividi autoritratti dell'Umanesimo.

Biografia

Gerolamo Cardano nacque a Pavia, a quell' epoca parte del ducato di Milano, in un' Italia dilaniata da conflitti interni e occupata da soldati stranieri, un contesto già di per sé turbolento. A peggiorare la situazione vi erano le circostanze familiari: Cardano riteneva di essere venuto al mondo in una condizione svantaggiata, poiché sia il padre che la madre, legati da una relazione di convivenza malvista dalla società, avevano tenuto nascosta la sua nascita, considerandola illegittima e vergognosa. I primi anni della sua vita furono segnati da difficoltà: fino all’età di otto anni fu tormentato da malattie e disgrazie, e solo in seguito, con l’allargamento della famiglia[1], le condizioni migliorarono. Sotto la guida del padre, Fazio, ricevette un’educazione rigida, incentrata sui rudimenti del latino, della matematica e dell’astrologia, quest’ultima appresa attraverso le opere dell’arabo Al-Kindi. Il padre, che Cardano considerava superiore ai suoi contemporanei in questa disciplina, lo avvicinò anche all’occultismo, istruendolo con racconti di miracoli e demoni, veri o inventati, e perfezionando la sua dialettica al punto da permettergli di insegnarla ad altri ragazzi prima ancora di frequentare l’università[2].

A diciassette anni, stanco della rigidità paterna che arrivava anche a comportarsi in maniera violenta con la madre, Cardano finse di voler entrare nel convento dei francescani mendicanti. Poco dopo, si iscrisse al ginnasio e poi all’Università di Pavia, dove faticò ad apprendere i fondamenti del latino, della grammatica e della dialettica, mentre la peste involò suo padre.

Fu in questo periodo che Cardano si dedicò con fervore alla matematica, alla medicina e alla filosofia, arrivando a tenere pubbliche dispute già a ventun anni e insegnando Euclide con un metodo non ortodosso. Trasferitosi poi all’Università di Padova, fu eletto rettore dagli studenti, ma la morte del padre lo precipitò in una grave povertà, limitando le sue possibilità di studiare. La morte del padre, tuttavia, segnò una svolta: confrontandosi per la prima volta con la morte in modo diretto, maturò una profonda angoscia esistenziale e la determinazione a rendere la sua vita gloriosa, per lasciare un’impronta nella memoria degli uomini ed evitare rimpianti al momento del trapasso.

A ventiquattro anni, concluso questo primo ciclo della sua esistenza, Cardano si laureò. A causa delle guerre civili e della peste che infuriavano a Pavia e Milano, si trasferì a Pieve di Sacco, esercitando la medicina in clandestinità con ottimi risultati, riuscendo così a mantenere la famiglia.

La seconda fase della sua vita non fu meno travagliata: il Collegio dei Medici di Milano lo osteggiò apertamente, arrivando a escluderlo dalle sue fila. Costretto a trasferirsi a Gallarate, visse per alcuni anni con la madre, iniziando un periodo di instabilità segnato da continui spostamenti tra diverse città, dettati soprattutto dalla povertà. Già provato dalle difficoltà economiche sin dalla gioventù, aggravate dal crollo della casa natale e dalla guerra, Cardano cadde nel vizio del gioco d’azzardo, che praticò per venticinque anni, perdendo denaro, tempo e reputazione. Nella sua Autobiografia, ammise di provare imbarazzo per questa abitudine, ma la giustificò come una risposta alle avversità: ingiurie, miseria, disprezzo, salute cagionevole e, non ultima, la disoccupazione immeritata che gli era stata inflitta[3].

La povertà ebbe fine solo quando fu nominato professore di matematica a Milano. Abbandonò il gioco, comprendendo che non era una passione ma una fuga dalle difficoltà. Sebbene mantenesse interesse per temi come gli scacchi, da allora si dedicò a studi più legati all’ambiente accademico.

Dopo due anni a Milano, si stabilì a Piacenza e nel 1543 fece ritorno nella città meneghina, vivendo tra questa e Pavia per sette anni. Uno degli episodi più tragici di questo periodo fu l’accusa di avvelenamento mossa al figlio primogenito, che portò alla sua condanna e alla rovina della reputazione di Cardano. Da allora, come egli stesso racconta, iniziò a circolare per la città sotto scorta, e la sua produzione intellettuale subì un netto calo. Pur ammettendo le proprie responsabilità nell’educazione del figlio, Cardano attribuì l’incarcerazione a una congiura ordita dai suoi nemici a Milano, che sarebbero stati mossi da odio e invidia. Un ulteriore segno di questa persecuzione fu la confisca di parte del suo stipendio da parte del Senato milanese[4].

Nel 1555, la sua fama lo portò in Scozia, dove curò l’arcivescovo Hamilton, consolidando ulteriormente la sua reputazione. Dopo alterne vicende, concluse la carriera a Bologna.

Gli ultimi anni di Cardano furono segnati da ulteriori prove e da un lento declino. Dopo il dramma del figlio e la perdita della reputazione, si trasferì definitivamente a Roma nel 1570, su invito del Papa Pio V, che gli offrì una pensione e la protezione della Chiesa. Qui, nonostante l’età avanzata e i problemi di salute, continuò a scrivere e a pubblicare opere, tra cui la sua celebre Autobiografia (De propria vita), in cui ripercorse con toni spesso amari le vicende della sua esistenza.

Tuttavia, neppure a Roma trovò pace. Nel 1571 fu arrestato dall’Inquisizione con l’accusa di eresia, forse a causa delle sue posizioni non sempre ortodosse. Dopo alcuni mesi di prigionia, fu costretto ad abiurare e perse il diritto di pubblicare nuovi libri. Privato della libertà intellettuale, visse gli ultimi anni in solitudine, dedicandosi a studi privati e alla stesura di testi che non avrebbe mai visto stampati.

Morì a Roma nel 1576, all’età di 74 anni, in circostanze modeste, lontano dallo splendore che aveva conosciuto nei decenni precedenti. Oggi è ricordato come uno degli ultimi grandi umanisti rinascimentali, che lasciò però anche un’eredità immensa in scienze come matematica e medicina. L' ’Ars Magna, rivoluzionò l’algebra introducendo i numeri complessi, mentre i suoi studi di probabilità gettarono le basi per la statistica moderna.


Il ruolo dei sogni

Cardano nel capitolo 45 della sua autobiografia elenca in maniera generale tutte le sue opere classificate,per materia, al quale seguono riflessioni e istruzioni sopra alcune opere in particolare. Egli scrisse 3 libri di matematica (di cui l’Ars magna è il testo più

importante), 6 libri di astronomia, 3 di fisica[5] ( , 3 di filosofia morale, 16 opuscoli vari, 9 opuscoli di medicina più 9 commentari e 1 di carattere divinatorio, e a questi si aggiungono un’altra serie di libri non stampati, in un totale di più o meno 200 trattati, dei quale però solo una parte di quelli che effettivamente ha scritto furono presentati. Altri o li distrusse o furono bruciati durante l’Inquisizione. In questo capitolo richiama poi ancora una volta la spinta iniziale che lo ha lanciato al lavoro di comporre libri:

“credo che avrai capito più sopra da quale causa io sia stato spinto a scrivere,avendo attestato altrove che ne fui ammonito in sogno, una volta e poi due, tre, quattro e più volte; ma fui anche eccitato dal desiderio di perpetuare il mio nome nei secoli”[6].

Questa frase sintetizza ciò che egli considerò il fattore decisivo del proprio destino. Da un lato, spinto dall’aspirazione all’immortalità, anelava a una gloria che sopravvivesse ai secoli; dall’altro, individuava la causa scatenante in alcuni sogni ricorrenti, ai quali attribuiva un significato profetico. Queste visioni oniriche – descritte da Cardano con minuziosa precisione nelle sue opere – influenzarono profondamente gli eventi cruciali della sua esistenza, plasmandone il corso in modo decisivo.


Allo studio dei sogni Cardano dedicò un'intera opera, il Somnia synesia, dove elevò l' arte a un qualcosa di predittivo e strutturato, delineando innanzitutto criteri e regole per la loro classificazione, per poi analizzare le cause e le figure simboliche alla base della loro interpretazione. Riconobbe così nei sogni non mere fantasie notturne, ma veri strumenti di conoscenza, capaci di svelare lati enigmatici dell'esistenza “assumono varie forme e hanno molti e diversi livelli di oscurità”[7]. “Sottolineava che, sia la causa sia l’oggetto di una visione devono essere determinati con nettezza affinché un sogno diventi chiaro”[8] e per questo consigliava prudenza sul suo utilizzo perché, non contenendo dei principi tecnici come hanno le altre arti[9] la sua natura è molto diversa e ci sono meno libri dal quale apprendere sull’argomento.

Cardano affronta il tema anche nel De animorum immortalitate, una delle sue opere più importanti e dedicata all'immortalità dell'anima. In un passo significativo, sviluppa una teoria onirica originale che si distanzia tanto dall'interpretazione aristotelica quanto dalle moderne concezioni neurologiche: egli pensa che i sogni siano uno stato in cui le cose si mostrano più chiaramente di quanto ne sia capace l’immaginazione quando si trova nello stato di veglia e nel quale l’anima comprende la perfezione di tutti isignificati mostrandoci immagini nitide, quasi taglienti come quelle che noi percepiamo con i sensi attraverso la nostra mente.

Nelle sue opere, Cardano descrisse diversi sogni da lui esperiti, attribuendone spesso un significato profetico e filosofico, ma nella sua Autobiografia ne descrisse due in particolare, poiché in essi - a suo dire - gli apparve con sorprendente chiarezza il riflesso delle vicende cruciali che avevano segnato la sua esistenza.

Il primo di questi due sogni gli si presentò una mattina del 1534, quando ancora non aveva deciso sull’indirizzo della sua vita e tutto sembrava andare per il peggio, perché era il periodo in cui si trovava a Gallarate, privo di lavoro e nella povertà più assoluta. La descrizione offerta da Cardano consiste in un racconto dettagliato, in cui ci sono “echi danteschi”[10] che ricordano “la paura provata da Dante nel rivivere la sua visione della selva oscura”[11]:


"Sognava di correre ai piedi di un monte che si ergeva alla sua destra e con

lui correva una turba di gente di ogni stato, sesso ed età: uomini e donne, vec-

chie bambini, poveri e ricchi, vestiti in varie fogge. Domandatosi del perché cor-

rano tutti così, uno gli rispondeva: “alla morte”. Atterrito da questa parola, per-

ché in quel momento il monte gli era a sinistra si voltò in modo da vederlo di

nuovo a destra, incominciò ad attaccarsi con le mani ai tralci di viti ormai sec-

che, come appaiono in autunno, per ascendere verso il colle in un tratto difficile

per la sua ripidezza. Ma superatolo l’ascesa si fece più facile, finché arrivò al

vertice: qui fu spinto dalla foga a procedere oltre e vide davanti a lui nude rocce

aguzze dirupate, tanto che per poco non precipitò in una profonda e tenebrosa

voragine. Allora procedette verso destra, verso un campo ricoperto di erica, e si

accorse di essere sul limitare di un rustico tugurio ricoperto di giunchi e di stare

tenendo per mano un fanciullo di circa dodici anni"[12].

Note

  1. Vennero due nipoti di suo padre a vivere con lui (cfr. De propria vita, p. 68) .
  2. De propria vita, p. 61.
  3. De propria vita, p. 157.
  4. “Per l’odio del senato, come tu dici, o almeno dirò per mancanza del suo favore, ti fu confiscato o decurtato lo stipendio di più di cento corone auree” (cfr. Guglielmo, p. 21).
  5. De subtilitate, De rerum varietate e De natura.
  6. De propria vita, p. 365-366.
  7. A. Grafton, Il signore del tempo, p. 209.
  8. Ibidem
  9. L’astrologia, ad esempio.
  10. A. Grafton, Il signore del tempo, p. 226.
  11. Ibidem
  12. De propria vita, p. 277-278.