Utopia

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Illustrazione dell'isola di Utopia di Tommaso Moro


«Una cartina del mondo che non contenga Utopia non è degna neppure di uno sguardo, perché tralascia il paese nel quale l'umanità continua ad approdare. E, quando vi approda, l'umanità si guarda intorno, vede un paese migliore e issa nuovamente le vele. Il progresso è la realizzazione di Utopia.»


Un'utopia è un modello ideale di società, stato o comunità che non trova riscontro nella realtà. Essa è caratterizzata da perfezione politica, sociale ed etica[1]. Il termine, coniato per la prima volta dallo scrittore ed umanista inglese Tommaso Moro nell'opera omonima[2], viene oggi usato per descrivere un modello politico e sociale utilizzato come punto di riferimento idealistico da individui che desiderano o si impegnano per favorire un futuro migliore.

Nel linguaggio comune, il termine ha assunto nel tempo significati più ampi e talvolta contrastanti: Una definizione diffusa di utopia è la descrizione di un sistema descritto su testi teorici ma definito come irrealizzabile e non pragmatico, destinato dunque ad infrangersi contro la realtà. Nei dibattiti politici, questa definizione può essere utilizzata dai detrattori di un ideale politico per screditarlo e per definire i tentativi di applicarlo come fallimentari.

Origine del termine

La nascita del concetto moderno di utopia si fa convenzionalmente risalire al 1516, anno di pubblicazione del Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus, de optimo rei publicae statu deque nova insula Utopia (Trad. Libretto veramente d'oro, non meno salutare che piacevole, sul migliore stato di una repubblica e sulla nuova isola di Utopia), opera scritta dall'umanista, giurista, politico ed autore inglese Thomas More, poi italianizzato in Tommaso Moro.

L'opera, divisa in due libri, descrive un viaggio immaginario del navigatore Raffaele Itlodeo, il quale racconta di aver scoperto un'isola sconosciuta nell'Oceano Atlantico, chiamata appunto Utopia. Qui gli abitanti hanno organizzato una società perfetta basata su principi di uguaglianza, comunione dei beni, tolleranza religiosa, organizzazione razionale del lavoro e centralità dell'istruzione e dela cultura.

L'opera di Moro, pur inserendosi nel solco della tradizione platonica della Repubblica, rappresenta una novità assoluta: per la prima volta un autore non descrive semplicemente uno Stato ideale in astratto, ma ne colloca l'esistenza in uno spazio geografico definito, sebbene immaginario, creando un genere letterario destinato a grande fortuna[2].

Etimologia

Il termine (scritto in greco come ουτοπία) deriva da un gioco di parole con tre termini del greco antico, adoperando come suffisso il termine τόπος (topos), traducibile come luogo, e una doppia radice formata con i termini οὐ (ou, non) ed εὖ (eu, buono).

In inglese esisteva il termine omofono eutopia, utilizato dai contemporanei di Moro per indicare un luogo giudicato positivamente. Oggi il termine anglofono eutopia viene utilizzato come sinonimo di utopia. L'ambivalenza data dalla doppia radice è costitutiva del concetto stesso di utopia, che oscilla perennemente tra la consapevolezza della sua inesistenza e l'affermazione della sua desiderabilità. Come ha scritto il filosofo Paul Ricoeur, l'utopia è "un esercizio dell'immaginazione sul possibile sociale"[3].

Oltre a Moro, molti altri autori hanno scritto opere letterarie in cui sono stati descritti sottoforma di romanzi società simili a quella dell'isola di Utopia, che sono stati convenzionalmente definiti con lo stesso termine coniato da Moro. In seguito sono emerse delle opere letterarie che hanno descritto società immaginarie ma prevedibili e basate sulle tendenze negative percepite od attuate dai sistemi contemporanei. I modelli descritti da queste opere vengono definiti distopie, plurale di distopia, ed il termine viene utilizzato sia per indicare l'esatto contrario di un'utopia che per descrivere metaforicamente società attuali percepite od indicate come dittatoriali e/o ingiuste[4].

Storia

Precursori antichi

Prima ancora della coniazione del termine, il pensiero occidentale aveva elaborato modelli di società ideali, meglio noti come città ideale. Il più celebre è La Repubblica, opera filosofica realizzata da Platone nel IV secolo a.C., che delinea uno Stato governato dai filosofi-re, organizzato in classi funzionali e basato su una rigida educazione collettiva[5]. Anche il mito dell'Età dell'Oro, descritto da Esiodo in Le opere e i giorni e ripreso nella tradizione poetica latina, rappresenta una forma di nostalgia utopica per un passato di armonia perfetta tra uomo e natura.

Rinascimento e seicento

La pubblicazione dell'opera di Moro apre la strada a una ricca fioritura di testi utopici. Troviamo, tra i più significativi, La città del Sole del teologo, filosofo e frate domenicano Tommaso Campanella, che descrive una comunità teocratica e comunistica governata da un sacerdote-filosofo, dove tutto è in comune e l'educazione è alla base della vita sociale[6], oppure in La Nuova Atlantide scritto da Francesco Bacone, il quale immagina un'isola governata da scienziati, dove la conoscenza e la ricerca scientifica sono il fine ultimo della società. È l'utopia del progresso tecnico-scientifico[7].

Utopie e rivoluzioni (XVIII-XIX secolo)

L'affermarsi dell'illuminismo e delle rivoluzioni politiche, avvenute nel settecento, trasformano il genere utopico, fino ad allora relegato alla descrizione di un luogo immaginario fondato su società ideali. Nel settecento e nell'ottocento le utopie iniziano a raccontare dei progetti di nuove società da realizzare. Molte dei romanzi utopici pubblicati in questo periodo vengono definite utopie socialiste, ed a questo filone appartiene il Viaggio in Icaria del socialista francese Étienne Cabet, che propone una società comunista ideale[8]. Cabet ha successivamente tentato di realizzare la sua società comunista utopica in alcune comunità sperimentali nel territorio statunitense.

Altri tentativi di comunità socialiste utopiche furono i Falansteri originatesi dal pensiero filosofico di Charles Fourier, ossia comunità autosufficienti in cui il lavoro è reso attraente e le passioni umane sono armonizzate. Una nota comunità fondata da Fourier era La Reunion, fondata presso l'attuale Dallas in Texas. Il britannico Robert Owen, invece, ha realizzato comunità cooperative in Scozia e in America, basate sull'istruzione e sulla cooperazione.

Il termine socialismo utopico compare per la prima volta ne Il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels, che introducono il termine in un secondo momento per descrivere i pensieri e le idee che accomunavano Fourier, Cabet, Owen ed altre figure politiche che, come loro, hanno descritto una comunità socialista ed hanno tentato e fallito di applicarla.

Le distopie del Novecento

Nel Novecento, con i suoi totalitarismi e le sue guerre, segna una profonda crisi del pensiero utopico che ha portato all'affermazione del genere letterario opposto comunemente chiamato distopia (detto anche utopia negativa o anti-utopia), che rovescia i sogni di perfezione in incubi di oppressione, descrivendo delle società caratterizzate da una esagerata nonché totale oppressione degli individui. Queste opere traggono ispirazione dai sistemi politici che si sono instaurati nel corso del XIX e del XX secolo nonché dal progresso tecnologico, portando gli autori di opere correlate al filone delle distopie a descrivere modelli sociali che applicano forme di controllo assoluto agevolate da strumenti di tecnologia avanzata, spesso includendo anche elementi correlati al filone della fantascienza.

Tra le opere distopiche più conosciute troviamo 1984 di George Orwell, che descrive il ritratto più cupo di una società sorvegliata e manipolata dal potere, oppure Fahrenheit 451, scritto da Ray Bradbury nel 1953, che immagina una società americana futura in cui sono banditi i libri e la loro lettura. Nell'opera Il mondo nuovo di Aldous Huxley, viene descritta una società consumistica e totalitaria che impone la felicità anche attraverso somministrazione chimica.

Funzione sociale e politica dell'utopia

Secondo il filosofo Ernst Bloch, autore de Il principio speranza, l'utopia è una dimensione costitutiva dell'essere umano, ossia una "spinta verso l'avanti" che alimenta i sogni di una vita migliore. Bloch distingue tra utopie astratte (sogni irrealizzabili, evasioni dalla realtà) e utopie concrete (anticipazioni di un futuro possibile, che contengono un "eccedente" di speranza in grado di orientare l'azione politica)[9].

In questa prospettiva, l'utopia svolge una duplice funzione critica basata sulla critica del presente e sull'orientamento verso il futuro: L'utopia descrive una società perfetta mettendo in luce le ingiustizie e le mancanze della società reale, ma allo stesso tempo propone un orizzonte di senso verso cui tendere, alimentando le speranze e gli impegni per il cambiamento.

Il sociologo Karl Mannheim descrive l'utopia come «la mentalità trascendente la realtà che si rovescia in azione per far saltare l'ordine delle cose esistente»[10].

Voci correlate

Collegamenti esterni

  • Società Italiana di Studi sul Pensiero di Tommaso Moro
  • Centre for Utopian Studies (University of Toronto)
  • The Utopian Studies Society (Europa)

Bibliografia

  • Tommaso Moro (1516, ristampa del 2007): Utopia. A cura di Luigi Firpo. Guida Editori.
  • Oscar Wilde, L'anima dell'uomo sotto il socialismo (1891), traduzione di Francesca Ricci, in Tutte le opere, a cura di Masolino d'Amico, Newton Compton Editori, 2010.
  • Paul Ricoeur (1986): L'ideologia e l'utopia. Jaca Book
  • Ernst Bloch (2005): Il principio speranza. Garzanti
  • Karl Mannheim (1957): Ideologia e utopia. Il Mulino.

Note

  1. Utopia - Treccani
  2. 2,0 2,1 Moro, 1516
  3. Ricoeur, 1986
  4. Distopia - Vocabolario Treccani
  5. Repubblica - Dizionario di Filosofia Treccani
  6. La Città del Sole - Dizionario di Filosofia Treccani
  7. The New Atlantis - Enciclopedia Britannica (in inglese)
  8. Cabet fu il primo politico ad utilizzare per la prima volta il termine "Comunismo"
  9. Bloch, 2005
  10. Mannheim, 1957