José Martí

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| José Martí | |
|---|---|
| Nome Intero | José Julián Martí Pérez |
| Data di nascita | 28 gennaio 1853 |
| Luogo di nascita | |
| Data di morte | 19 maggio 1895 |
| Luogo di morte | |
| Attività politica | |
| Partito politico | Partito Rivoluzionario Cubano |
| Dati generali | |
| Professioni | Politico, scrittore, militare |
| Occupazione | Maggior generale dell'Esercito di liberazione cubano. |
José Julián Martí Pérez (L'Avana, 28 gennaio 1853 - Dos Ríos, 19 maggio 1895), è stato l'Eroe Nazionale di Cuba.
Era un uomo di alti principi, con una vocazione latinoamericana e internazionalista; la sua condotta personale, sia pubblica che privata, era impeccabile e le sue qualità umane a volte sembravano insuperabili. Cubano di statura universale, trascese i confini del suo tempo per diventare il più grande pensatore politico ispanoamericano del XIX secolo.
Autore di un corpus di opere essenziale, fonte di conoscenza e di riferimento per tutte le generazioni di cubani, il contenuto, lo stile e la singolare bellezza delle sue poesie, lettere, articoli di giornale e di tutti i suoi scritti e discorsi lo consacrano come un intellettuale di vasta cultura.
Biografia
Infanzia ed adolescenza
José Martí nacque in data 28 gennaio 1853 in via Paula 41 (oggi Leonor Pérez, 314) a L'Avana, e fu battezzato 15 giorni dopo, il 12 febbraio, nella Chiesa del Santo Angelo Custode dell'Avana.
Era il primogenito di Mariano de los Santos Martí y Navarro (31 ottobre 1815 - 2 febbraio 1887) e Leonor Antonia de la Concepción Micaela Pérez y Cabrera (17 dicembre 1828 - 19 giugno 1907), originari della Spagna, in particolar modo le località di Valencia e Santa Cruz de Tenerife. Le sorelle erano Leonor Petrona (la Chata), (29 luglio 1854 - 9 luglio 1900); Mariana Matilde Salustiana (Ana), (8 giugno 1856 – 5 gennaio 1875); María del Carmen (la Valenciana), (2 dicembre 1857-14 giugno 1900); María del Pilar Eduarda (Pilar), (13 gennaio 1859-11 novembre 1865); Rita Amelia (Amelia), (10 gennaio 1862-16 novembre 1944); Antonia Bruna (Antonia), (6 ottobre 1864 - 9 febbraio 1900) e Dolores Eustaquia (Lolita), (2 novembre 1865 - 29 settembre 1870).
José Martí inizia gli studi primari in una piccola scuola di quartiere. All'età di sette anni era studente presso la scuola San Anacleto, diretta da Rafael Sixto Casado y Alayeto; Lì conobbe l'amico e stretto collaboratore Fermín Valdés Domínguez, che per José Martí era come un altro fratello.
Nel 1862 si recò nel distretto territoriale di Hanábana, giurisdizione di Colón o Nueva Bermeja, nell'attuale provincia di Matanzas, assistendo alla nomina del padre dal Capitano Pedáneo Giudice. In questo luogo conosce gli orrori della schiavitù. Rientrato nella capitale; Nel marzo del 1865 proseguì gli studi presso la Scuola Primaria Superiore di Istruzione Maschile (Prado 88), dove risiede Rafael María de Mendive, che lascerà segni indelebili in Martí, con la forza del suo esempio di patriota, poeta e insegnante.
Il 17 settembre 1866, José Martí, a soli 13 anni, fu ammesso, su richiesta di Mendive, all'Istituto di Istruzione Secondaria (Obispo n. 8). La sensibilità umana di José non sfugge alla delicata situazione che presenta il Paese e che vede riflessa nella sua città. Nella sua nuova casa in via Refugio n. 11, all'età di 14 anni, ricorda una premonizione che suo padre gli diede:
Nel marzo 1867 la famiglia si trasferì in via Peñalver n. 53. Durante il secondo anno di liceo, ricevette diversi premi e riconoscimenti per i suoi risultati accademici. Il 15 settembre si iscrive alla Scuola Professionale di Pittura e Scultura dell'Avana (Dragones n. 62, attualmente 308, tra Rayo e San Nicolás), che è costretto a lasciare il mese successivo. Mesi prima dell'inizio della guerra per l'indipendenza, il 10 ottobre 1868, la famiglia di José Martí aveva deciso di trasferirsi a Marianao, finché alla fine di novembre si trasferirono nuovamente in via San José, tra Gervasio ed Escobar, ma il giovane José continuò a risiedere nella stessa casa del suo maestro, il che gli avrebbe facilitato la frequentazione delle lezioni quotidiane, condividendo la domenica con la sua famiglia.
Primi scritti rivoluzionari
La guerra continua a prendere forza; all’Alzamiento de La Demajagua seguono Las Clavellinas a Camagüey e gli indipendentisti di Las Villas. La casa di Mendive permette a José Martí di conoscere lo sviluppo degli eventi e comincia a manifestare il suo pieno sostegno alla contesa attraverso la sua penna. Così nasce il suo sonetto ¡10 de Octubre!.
Il 19 gennaio 1869, appena trascorsi 90 giorni dall’Alzamiento de La Demajagua, approfittando della congiuntura creata dalla cosiddetta “Libertà di stampa” decretata dall’allora Capitano Generale dell’Isola, Domingo Dulce Garay, pubblica insieme all' amico Fermín Valdés Domínguez un piccolo giornale, a tiratura ridotta, El Diablo Cojuelo, riconosciuto come una delle sue prime manifestazioni in prosa contro il regime coloniale e a favore dell’indipendenza. Quattro giorni più tardi, nel primo e unico numero del suo giornale La Patria Libre, appare Abdala:
(spagnolo)
«¡Nubia venció! Muero feliz: la muerte poco me importa, pues logré salvarla(...)
¡Oh, que dulce es morir cuando se muere luchando audaz por defender la patria!»
(italiano)
«Nubia ha vinto! Muoio felice: la morte poco mi importa, poiché sono riuscito a salvarla (…)
Oh, quanto è dolce morire quando si muore lottando audacemente per difendere la patria!»
Gioventù
Nell'ottobre 1869, un nuovo cambio di indirizzo familiare permise alla famiglia di José Martí di stabilirsi in via San Rafael n. 55. Il 4 di quello stesso mese, una squadra di Volontari passò davanti alla casa di Fermín Valdés Domínguez e ritenne che i giovani lì presenti (Martí e Fermín non erano tra loro) li avessero presi in giro. Di notte, nella suddetta casa viene perquisita una lettera firmata da Martí e Fermín in cui definiscono apostata il compagno di studi Carlos de Castro y de Castro per essersi unito al Corpo dei Volontari e aver combattuto contro il suo paese. Per questo motivo, Fermín e Eusebio Valdés Domínguez e poi Manuel Sellén, Atanasio Fortier e Santiago Balbín furono arrestati quella notte per reati contro il Corpo dei Volontari del Battaglione Leggero e il 21 ottobre contro José Martí, che definirono «un nemico dichiarato della Spagna». Sono tutti accusati di infedeltà. Giorni dopo, Fortier, Sellén e Balbín vengono rilasciati.
Durante il Consiglio di Guerra al quale furono sottoposti cinque mesi dopo (4 marzo 1870), Martí sostiene con esemplare coraggio la responsabilità esclusiva come autore della suddetta lettera che Fermín difese come propria, sostenendo che la grafia di entrambi era molto simile. Con decisione unanime del tribunale, il giovane José Julián è stato condannato a sei anni di carcere ed ai lavori forzati; Fermín Valdés Domínguez a sei mesi di arresto maggiore nella Fortezza di La Cabaña; Eusebio Valdés ed Atanasio Fortier furono esiliati, mentre il caso di Sellén e Balbín fu archiviato. Esattamente un mese dopo, il 4 aprile 1870, come risulta dalla documentazione ufficiale della prigione dell'Avana, fu trasferito nella prigione dipartimentale per scontare la pena inflittagli. Martí nella sua opera La Prigione Politica a Cuba scrive:
(spagnolo)
«Era el 5 de abril de 1870. Meses hacía que había yo cumplido diecisiete años. Mi patria me había arrancado de los brazos de mi madre, y señalado un lugar en su banquete. Yo besé sus manos y las mojé con el llanto de mi orgullo, y ella partió, y me dejó abandonado a mí mismo. Volvió el 5 severa, rodeó con una cadena mi pie, me vistió con ropa extraña, cortó mis cabellos, y me alargó en la mano un corazón. Yo toqué mi pecho y lo hallé lleno; toqué mi cerebro y lo hallé firme; abrí mis ojos y los sentí soberbios, y rechacé altivo aquella vida que me daban y que rebosaba en mí. Mi patria me estrechó en sus brazos, y me besó en la frente, y partió de nuevo, señalándome con la una mano el espacio y con la otra las canteras.»
(italiano)
«Era il 5 aprile 1870. Qualche mese prima avevo compiuto diciassette anni. La mia patria mi aveva strappato dalle braccia di mia madre e mi aveva assegnato un posto nel suo banchetto. Le baciai le mani e le bagnai con le lacrime del mio orgoglio, e lei se ne andò, lasciandomi abbandonato a me stesso. Il 5 è tornata severa, mi ha messo una catena al piede, mi ha vestito con abiti strani, mi ha tagliato i capelli e mi ha teso un cuore in mano. Mi sono toccato il petto e l'ho trovato pieno; Ho toccato il mio cervello e l'ho trovato fermo; Aprivo gli occhi e li sentivo fieri, e rigettavo altezzosa quella vita che mi donavano e che traboccava in me. La mia patria mi abbracciò tra le sue braccia, e mi baciò in fronte, e se ne andò di nuovo, indicando con una mano lo spazio e con l'altra le cave.»
Già nella prigione dipartimentale gli viene assegnato il numero 113, della Prima Brigata dei Blancos e gli viene assegnato il lavoro nelle Cave di San Lázaro. In parte dell'area occupata da queste cave si trova oggi un museo dedicato all'eroe nazionale cubano. I suoi genitori, addolorati per la sorte del loro amato figlio, iniziano una lotta incessante per ottenere la sua liberazione. Nel mese di agosto, dopo più di centoventi giorni di sottomissione ai trattamenti più spietati da parte dei carcerieri e delle brigate di cava, i suoi genitori riuscirono a far mandare il figlio alla tabaccheria del carcere e poi, trovandosi malato, lo trasferirono nella fortezza di La Cabaña per essere “...relegato all'Isola dei Pini” (oggi Isola della Gioventù) quando la sua pena fu commutata dal Capitano Generale, il 5 settembre, grazie all'interessamento dei suoi genitori che non trovarono altra consolazione per alleviare le sofferenze del figlio insieme a quelle dell'intera famiglia e a quelle di José María Sardá y Girondella, un catalano che a quel tempo aveva affittato le cave. Il 13 ottobre 1870 José Martí fu deportato nella piccola isola dove fu soggetto a domicilio forzato. Sardá prende il giovane prigioniero sotto la sua protezione e lo porta nella sua fattoria “El Abra”, vicino a Nueva Gerona, dove per la prima volta Martí servirà come insegnante per le figlie di José María. A quel tempo erano già circa duecentottanta gli individui che scontavano condanne sull'Isola dei Pini, poiché dal 1806 questa terra veniva utilizzata anche per questi scopi. Il 12 dicembre, in risposta ad una nuova richiesta di Leonor Pérez al Capitano Generale, gli fu concesso il permesso di ritornare all'Avana con l'obiettivo di essere deportato in Spagna. Il 18 dicembre 1870 lasciò Gerona per L'Avana e il 21 gli fu rilasciato il passaporto per il viaggio del 15 gennaio 1871:
(spagnolo)
«De aquí a 2 horas embarco desterrado para España. Mucho he sufrido, pero tengo la convicción de que he sabido sufrir. Y si he tenido fuerzas para tanto y si me siento con fuerzas para ser verdaderamente hombre, sólo a Vd. lo debo y de Vd. y sólo de Vd. es cuanto de bueno y cariñoso tengo.»
(italiano)
«Tra due ore mi imbarco in esilio per la Spagna. Ho sofferto molto, ma sono convinto di aver saputo soffrire. E se ho avuto la forza per tanto e se sento di avere la forza per essere veramente uomo, solo a te lo devo e solo a te è quanto di buono e di amore ho.»
Esilio
La dolorosa vita di José in esilio inizia con la denuncia, sulla stessa nave su cui viaggia, delle torture, degli abusi e dei crimini ai quali erano sottoposti i suoi compagni di sventura, indicando come uno dei principali responsabili il comandante del presidio, il tenente colonnello Mariano Gil Palacios, che faceva parte dei passeggeri dell’imbarcazione. Giunto a Madrid, nella capitale spagnola, prosegue le sue azioni rivoluzionarie a favore dell’indipendenza di Cuba. Il soggiorno a Madrid gli consente di conoscere le radici del sistema coloniale spagnolo ed il disprezzo dei suoi governanti verso il nascente popolo cubano, che si immolava nella manigua redentrice. Chiede l’iscrizione alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Centrale di Madrid come studente libero. Tuttavia, un anno più tardi, a causa delle condizioni di salute in cui si trova per le terribili sofferenze subite nel presidio, è costretto ad abbandonare i suoi progetti.
A metà del 1871 vengono pubblicate a Madrid Castillo ed El Presidio Político en Cuba, due denunce incisive delle condizioni disumane alle quali erano sottoposti i cubani condannati dalle autorità coloniali.
Quest’ultima pubblicazione, edita in Spagna nel 1871, rivela un giovane di appena 18 anni che già si afferma come brillante scrittore impegnato per l’indipendenza del suo popolo dal colonialismo spagnolo. Un anno più tardi circola nella capitale spagnola un testo intitolato ¡27 de Noviembre!:
(spagnolo)
«(...) Nosotros amamos más cada día a nuestros hermanos que murieron, nosotros no deseamos paz a sus restos, por que ellos viven en las agitaciones excelsas de la gloria, nosotros vertemos hoy una lágrima más a su recuerdo, y nos inspiramos para llorarlos en su energía y en su valor, ¡lloren con nosotros todos los que sientan! ¡Sufran con nosotros todos los que amen! ¡Póstrense de hinojos en la tierra, tiemblen de remordimiento, giman de pavor todos lo que en aquel tremendo día ayudaron a matar!»
(italiano)
«(…) Noi amiamo ogni giorno di più i nostri fratelli che sono morti; non auguriamo pace alle loro spoglie, perché essi vivono nelle sublimi agitazioni della gloria. Oggi versiamo una lacrima in più nel loro ricordo e, per piangerli, ci ispiriamo alla loro energia e al loro valore. Piangano con noi tutti coloro che sentono! Soffrano con noi tutti coloro che amano! Si prostrino in ginocchio sulla terra, tremino di rimorso, gemano di terrore tutti coloro che in quel giorno tremendo contribuirono a uccidere!»
In seguito all'abdicazione del re Amedeo I di Savoia, l'11 febbraio 1873, il Senato ed il Congresso formarono l'assemblea nazionale e proclamarono la Prima Repubblica Spagnola. Quattro giorni dopo, José terminò di scrivere "La Repubblica spagnola e la Rivoluzione cubana", che inviò ai membri del nuovo governo. In questo documento, esplicitamente e con singolare coraggio, viene affermato il diritto inalienabile di Cuba all'indipendenza, per legge, per volontà irrevocabile e per necessità storica.
La fermezza dei criteri, tuttavia, gli consente di differenziare e chiarire che l'opposizione e la lotta non sono contro la Spagna od il suo popolo, ma contro il sistema coloniale imperante a Cuba.
Malato dalla metà del 1872 e dopo essere stato operato due volte di sarcocele, provocato dalla catena del forzato, è costretto ad accettare l’aiuto disinteressato e tempestivo del suo caro amico Fermín Valdés Domínguez, il quale decide di condurlo a Saragozza affinché recuperi la salute e possa portare a termine i suoi studi. Il 17 maggio 1873 chiede il trasferimento all’Università di Saragozza con diritto a sostenere gli esami, superando undici giorni più tardi le prime materie.
Il 25 e 27 giugno 1874 sostiene con successo gli esami di baccellierato in Arti presso l’Istituto di Saragozza. Il relativo titolo gli viene negato per il mancato pagamento della somma dovuta per i diritti di rilascio del documento. Pochi giorni dopo, il 30 giugno, consegue la laurea in Diritto Civile e Canonico.
Il 31 agosto dello stesso anno si iscrive alla Facoltà di Filosofia e Lettere, sostenendo tutti gli esami tra la fine di settembre e il mese di ottobre. Il 24 ottobre di quell’anno consegue il titolo di Laureato in Filosofia e Lettere. Durante tutta questa prima fase della sua giovinezza, non viene meno neppure per un istante nella sua lotta a favore della patria.
Conclusi gli studi alla fine del 1874, viaggia a Madrid e da lì a Parigi; da questa città, alla fine del mese di dicembre, compie la traversata Le Havre–Southampton–Liverpool e il 2 gennaio 1875, a bordo del piroscafo Céltic, in terza classe, intraprende il viaggio di ritorno verso il continente amato. Destinazione finale: Messico, dove lo attendono i suoi cari, che non vede dal gennaio del 1871.
Viaggio nelle americhe
La breve ma intensa fase compresa tra questi anni costituisce, senza alcun dubbio, un periodo decisivo nella formazione integrale del pensiero latinoamericanista di José Martí. L’8 febbraio 1875 giunge a Veracruz, in Messico, a bordo del piroscafo City of Mérida e due giorni più tardi intraprende il viaggio ferroviario verso la capitale del paese, che, secondo lo stesso Martí, «(…) ebbe sempre cuori d’oro e braccia senza spine, dove lo straniero trova rifugio senza timore». Fu lì che avvenne il ricongiungimento con la sua famiglia, dopo un esilio che ormai superava i quattro anni. Una notizia dolorosa, tuttavia, attende il giovane José Julián: sua sorella Ana era morta il 5 gennaio, mentre era in corso la traversata del transatlantico Céltic, sul quale si era imbarcato a Liverpool diretto in America.
È il Messico la terra che gli consente di conoscere fin da giovanissimo la tragedia degli aborigeni e di risvegliare in lui un amore sincero e una profonda considerazione per gli indigeni del continente, che egli ritiene dotati di sufficiente intelligenza e capacità, a giudicare dallo sviluppo raggiunto dalle loro civiltà precedenti, e senza i quali non può essere concepito il vero e integrale progresso della grande famiglia latinoamericana.
Fino al 2 gennaio 1877, periodo in cui risiede in Messico, pubblica articoli e traduzioni di grande interesse sulla Revista Universal, utilizzando gli pseudonimi di Orestes e Anáhuac, nei quali esprime opinioni sugli eventi politici e sulle difficoltà attraversate dal paese, su temi legati all’arte e alla letteratura e, in modo particolare, in difesa delle lotte per la libertà delle nostre terre d’America.
Il 19 dicembre 1875 il Teatro Principal mette in scena, con grande successo, il suo proverbio teatrale Amor con amor se paga. Partecipa alla fondazione della Società Alarcón, insieme a eminenti intellettuali messicani, e la Società Hidalgo lo accoglie come uno dei suoi membri: istituzioni che riuniscono rinomati scrittori, poeti, critici e giornalisti.
Collabora con il giornale El Socialista, organo del Gran Círculo Obrero de México, organizzazione di carattere liberale e riformista. Il 4 giugno 1876 la Sociedad Esperanza de Empleados del Distrito Federal lo nomina delegato al Congresso Operaio recentemente inaugurato nella capitale.
La terra azteca riserva al giovane Martí incontri indimenticabili. Appena giunto, Juan de Dios Peza gli presenta Rosario de la Peña y Llerena, una donna che, per la sua personalità e bellezza, affascina poeti e scrittori, i quali hanno trasformato la casa della giovane in un luogo di incontro obbligato. Al suo fascino non sfugge José Julián:
(spagnolo)
«En ti pensaba yo, y en tus cabellos
Que el mundo de la sombra envidiaría,
Y puse un punto de mi vida en ellos
Y quise yo soñar que tú eras mía.(...)»
(italiano)
«Pensavo a te, e ai tuoi capelli,
che il mondo dell’ombra invidierebbe,
e vi posi un punto della mia vita
e volli sognare che tu fossi mia.(…)»
Alla fine del 1875 un’altra giovane bussa alle porte di un cuore in cerca d’amore: Carmen Zayas-Bazán e Hidalgo, una bellissima donna originaria di Camagüey che sarebbe diventata sua moglie il 20 dicembre 1877, dopo aver contratto matrimonio nella Cattedrale Metropolitana, come risulta dall’atto matrimoniale, una volta adempiute le formalità religiose[1]. Anni più tardi nascerà il loro figlio José Francisco.
Don José Martí y Pérez y la señorita Carmen Zayas y Bazan. Asentada a la foja 87 siguientes bajo la partida número 158 [al margen]. En la ciudad de México a veinte de diciembre de mil ochocientos y setenta y siete, yo el bachillero don José C. García Marín estando en la sacristía de esta parroquia a las 6 y ½ de la mañana, asistía la celebración del matrimonio que por palabras de presente hicieron legítimo y verdadero don José Martí y Pérez y la señorita Carmen Zayas y Bazan en presencia de los padrinos y testigos que firman la presente. José Martí [Firma] Carmen Zayas Bazan [Firma] Como padrino Como madrina Francisco Zayas Bazan [Firma] Rosa Zayas de Guzmán [Firma] Como testigo Como Testigo M. A. Mercado [Firma] Manuel Ocaranza [Firma] |
Gli scacchi trovano in lui un partecipante appassionato. Il 24 ottobre 1876 la rivista specializzata di scacchi La Estrategia Mexicana diffonde e commenta la partita da lui persa contro il bambino Andrés Leudovico Viesca, il quale, a soli sette anni, tiene con il fiato sospeso gli appassionati di questo sport[2].
Di fronte alla caduta del governo legittimo del Messico e alla presenza del generale Porfirio Díaz, che ha già fatto ingresso nella capitale con le sue truppe, Martí denuncia su El Federalista questo assalto armato al potere costituito ed è costretto ad abbandonare quella terra tanto amata.
Ora, sotto lo pseudonimo di Julián Pérez, formato dal suo secondo nome e dal cognome, e correndo il rischio di esporsi alla pena più severa per aver violato il suo status di deportato politico, parte da Veracruz con destinazione L’Avana, dove giunge il 6 gennaio 1877 con l’intento di ottenere condizioni minime di sussistenza per la sua famiglia. Dopo una breve permanenza nel paese, ritorna in Messico il 24 febbraio e da lì si dirige in Guatemala, dove arriva nei primi giorni di aprile, munito di lettere di raccomandazione fornitegli da José Mariano Domínguez, padre del suo amico Fermín.
Pochi giorni dopo il suo arrivo nella terra del quetzal, il patriota cubano José María Izaguirre lo accoglie come membro del corpo docente della Scuola Normale, affidandogli i corsi di letteratura ed esercizi di composizione.
Nel maggio del 1877 viene nominato cattedratico di Letteratura francese, inglese, italiana e tedesca, nonché di Storia della filosofia presso la Facoltà di Filosofia e Lettere dell’Università Nazionale; in seguito impartisce gratuitamente lezioni di composizione all’Accademia delle Fanciulle dell’America Centrale.
Tra le allieve si trova la signorina María García Granados, figlia del generale Miguel García Granados, alla quale sedici anni più tardi dedicherà uno dei più belli poemi d’amore, destinato a diventare celebre in tutto il mondo con il titolo La bambina del Guatemala (orig. La niña de Guatemala)[3].
Martí conduce un’intensa vita politica e intellettuale. In virtù del suo crescente prestigio come uomo di lettere, il governo guatemalteco gli chiede un’analisi di uno dei più importanti documenti di carattere giuridico, da cui nasce la pubblicazione del suo articolo Los Códigos Nuevos, nel quale sostiene con coraggio le sue divergenze di criterio rispetto al testo originale. Successivamente, sempre su richiesta, scrive anche il dramma indigeno Patria y Libertad, nel quale denuncia la situazione esistente nei paesi dell’America del Sud e ribadisce la sua incrollabile decisione di lottare per l’indipendenza.
La delicata e poco conosciuta realtà che osserva in America Latina risveglia in lui la necessità che il mondo conosca la sua storia, le sue tradizioni e i suoi costumi; così nasce la rivista Guatemala, pubblicata nel febbraio del 1878 dal giornale messicano El Siglo XIX. Con l’intento di contrarre matrimonio con la signorina Carmen Zayas-Bazán e Hidalgo, figlia dell’avvocato cubano Francisco Zayas Bazán e della signora Isabel Hidalgo, si reca in Messico e il 20 dicembre 1877 per celebrare le nozze. Pochi giorni dopo intraprende un’avventurosa luna di miele diretta in Guatemala. Nell’aprile del 1878 viene accettata la sua rinuncia all’insegnamento presso la Scuola Normale, presentata come protesta per l’ingiusta destituzione del direttore José María Izaguirre.
Il 10 maggio 1878, il rintocco delle campane annuncia una notizia che sconvolge tutta la Guatemala e colpisce profondamente il cuore di José Martí: la giovane María García Granados è morta, e la sua scomparsa ha immerso il popolo in un doloroso lutto. Poco dopo, un’altra notizia infausta e inattesa scuote il giovane Martí, che non trova alcuna giustificazione né nelle informazioni ricevute né nel contenuto di quanto pattuito nello Zanjón. Il suo intuito patriottico gli impedisce di accettare che i cubani si siano stancati di lottare per l’indipendenza e, di fronte all’alternativa tra l’abbandonare il Guatemala a causa della situazione interna creatasi attorno a lui, trasferirsi in un altro paese con Carmen per ricominciare la propria vita, o affrontare gli eventi che hanno compromesso l’indipendenza della sua patria, decide di partire per Cuba per verificare personalmente la portata di quanto accaduto.
Il 6 luglio scrive a Manuel Mercado:
(Spagnolo)
«(...) ¿He de decir a Vd. cuánto propósito soberbio, cuánto potente arranque hierve en mi alma? ¿ que llevo mi infeliz pueblo en mi cabeza, y que me parece que de un soplo mío dependerá en un día su libertad? (...) No a ser mártir pueril; -a trabajar para los míos, y a fortificarme para la lucha voy a Cuba. –Me ganará el más impaciente, no el más ardiente. –Y me ganará en tiempo: no en fuerza y arrojo.»
(Italiano)
««(…) Devo forse dirle quanto proposito superbo, quanto potente slancio ribolle nella mia anima? Che porto il mio infelice popolo nella mia mente, e che mi sembra che dalla forza di un mio soffio possa dipendere, in un solo giorno, la sua libertà? (…)
Non per essere un martire puerile, ma per lavorare per i miei e fortificarmi per la lotta vado a Cuba.
Mi vincerà il più impaziente, non il più ardente.
E mi vincerà nel tempo: non nella forza e nell’audacia.»»
Tra la fine di luglio e il mese di agosto si reca in Honduras per imbarcarsi sul piroscafo Nuevo Barcelona, che lo condurrà alla sua amata e cara patria.
Giunto sul suolo cubano, continua a essere vittima del potere coloniale, che gli impedisce di esercitare la professione di avvocato per la mancanza del titolo che lo accrediti come laureato in Diritto Civile e Canonico, nonostante abbia presentato alle autorità competenti la certificazione degli studi svolti a Madrid. Gli studi legali di Nicolás Azcárate (San Ignacio n. 55) e, successivamente, quello di Miguel F. Viondi (Empedrado n. 2, angolo Mercaderes) lo accolgono come praticante, permettendogli di svolgere lavori legati alla professione. In quest’ultimo trova inoltre lo spazio adeguato per portare avanti le sue attività cospirative insieme a Juan Gualberto Gómez.
Il 22 novembre 1878 nasce suo figlio José Francisco, che chiamerà affettuosamente Pepe, al quale nel 1881 dedicherà il suo primo libro di versi, Ismaelillo. Il 15 gennaio 1879 la Sezione di Letteratura del Liceo di Guanabacoa lo elegge segretario; qui svolge un’intensa attività politica, così come nel Liceo Artistico e Letterario di Regla, al quale viene ammesso quindici giorni più tardi.
Tra le numerose attività politiche e culturali a cui partecipa si distinguono i discorsi pronunciati nel banchetto offerto ai suoi amici da Manuel Márquez Sterling nei saloni superiori del Café El Louvre, in aperto rifiuto delle posizioni autonomiste; nonché l’omaggio al poeta Alfredo Torroella e al violinista Rafael Díaz Albertini.
(Spagnolo)
«Quiero no recordar lo que he oído y no concebí nunca se dijera delante de mí, representante del Gobierno español: voy a pensar que Martí es un loco (...) pero un loco peligroso.»
(Italiano)
«Voglio non ricordare ciò che ho udito e che non avrei mai pensato potesse essere detto davanti a me, rappresentante del governo spagnolo: voglio credere che Martí sia un folle (…) ma un folle pericoloso.»
Il 17 settembre viene arrestato nella sua abitazione (Amistad n. 42, tra Neptuno e Concordia). È accusato di cospirare con Juan Gualberto Gómez e altri combattenti indipendentisti; il governo spagnolo tenta di costringerlo a dichiarare a favore della Spagna.
Ha così luogo la sua seconda deportazione da Cuba. Nel giornale Patria, il 21 maggio 1892, pubblica un omaggio postumo all’avvocato Francisco Agramonte e, nel rievocare quei giorni, ricorda:
(Spagnolo)
«La Habana llenó la cárcel del cubano previsor, le enseñó toda su alma valiente, le ofreció su bolsa rica, que el preso no quiso aceptar, rompió las copas en silencio al decirle al preso adiós (...) y al desembarcar un preso habanero, en aquella época de paz, en la cárcel de Santander, ¡halló lleno un cuarto de la cárcel de cubanos llagados, heridos, tísicos, febriles, miserables, incultos a quienes en Cuba acababan de prender, y mandaban a pie a Ceuta, en los meses mismos del ajuste del Zanjón!»
(Italiano)
«L’Avana riempì la prigione del cubano previdente, gli mostrò tutta la sua anima coraggiosa, gli offrì la sua ricca borsa, che il prigioniero non volle accettare; ruppe in silenzio i bicchieri nel dirgli addio (…) e quando un prigioniero habanero, in quell’epoca di pace, sbarcò nel carcere di Santander, trovò una stanza del carcere piena di cubani piagati, feriti, tisici, febbricitanti, miserabili, incolti, che a Cuba erano stati appena arrestati e mandati a piedi a Ceuta, proprio nei mesi della conclusione del Patto dello Zanjón!»
Il giorno seguente il Ministro d’Oltremare impartisce l’ordine affinché il giovane cubano venga trasferito nella prigione situata nella colonia africana di Ceuta; provvedimento che non giunge a compimento, poiché gli viene concessa la libertà su cauzione e successivamente la disposizione viene annullata dallo stesso governo. Dopo aver eluso la sorveglianza spagnola, riesce a fuggire in Francia, da dove proseguirà il viaggio verso gli Stati Uniti.
Organizzazione della Guerra Necessaria
Soggiorno a New York
Il 3 gennaio 1880, prossimo a compiere ventisette anni, José Martí giunge a New York. Fin dal suo arrivo intreccia rapporti con importanti personalità e patrioti che si riveleranno decisivi per il conseguimento dei suoi tanto ambiti propositi. Già il 9 gennaio dello stesso mese, con decisione unanime del Comitato Rivoluzionario Cubano con sede in questa città, viene nominato membro di questa eminente organizzazione patriottica.
Trova tetto, comprensione, collaborazione e accoglienza nella casa di Manuel Mantilla e Carmen Miyares. Il focolare di questa famiglia cubana, pienamente identificata con le lotte per l’indipendenza, si rivelerà l’ambiente più adatto per sviluppare in silenzio l’opera redentrice.
Inizia un’intensa attività di propaganda e di unificazione delle forze rivoluzionarie all’estero. Il giovane Martí viene invitato a rivolgersi ai patrioti emigrati. Il 24 gennaio 1880 pronuncia il suo primo discorso allo Steck Hall. La sua profonda valutazione degli eventi della precedente contesa e le sue parole cariche di emozione, che annunciano una nuova fase rivoluzionaria, fanno vibrare il cuore di quanti non hanno accettato una pace senza indipendenza:
(Spagnolo)
«Los grandes derechos no se compran con lágrimas, -sino con sangre. Las piedras del Morro son sobrado fuertes para que las derritamos con lamentos, -y sobrado flojas para que resistan largo tiempo a nuestras balas. -¿Qué porvenir sombrío el de nuestra tierra si abandonamos a su esfuerzo a los bravos que luchan, y no nos congregamos para auxiliar, con la misma presteza y alientos con que se congregan ellos para combatir! (...) ¡Movéos y contentáos, muertos ilustres! –Antes que cejar en el empeño de hacer libre y próspera a la patria, se unirá el mar del Sur al mar del Norte, y nacerá una serpiente de un huevo de águila.»
(Italiano)
«I grandi diritti non si comprano con le lacrime, ma con il sangue. Le pietre del Morro sono abbastanza dure da non poterle sciogliere con i lamenti, e abbastanza fragili da non resistere a lungo alle nostre pallottole. Quale cupo avvenire attende la nostra terra se abbandoniamo al loro solo sforzo i coraggiosi che combattono e non ci uniamo per soccorrerli con la stessa prontezza e lo stesso ardore con cui essi si raccolgono per lottare! (…) Muovetevi e placatevi, illustri morti! Prima che si rinunci all’impegno di rendere libera e prospera la patria, il mare del Sud si unirà al mare del Nord, e da un uovo d’aquila nascerà un serpente.»
Diversi organi di stampa cominciano a farsi eco dei postulati e delle idee sostenute dal nuovo arrivato. Il suo magnetismo e il suo carisma personale conquistano rapidamente i cuori dei veterani della lotta e dei giovani combattenti. Il suo talento e la sua splendida prosa lo consacrano come giornalista, tanto che importanti testate gli offrono spazio e ne richiedono la collaborazione.
Il 26 marzo 1880, con la partenza della spedizione del generale Calixto García verso Cuba, Martí assume l’alta responsabilità di guidare, in qualità di presidente ad interim, il Comitato Rivoluzionario Cubano, incarico che ricopre fino al 16 giugno, quando tale funzione viene assunta da José Francisco Lamadriz.
Dopo poco più di sei mesi di separazione, il 3 marzo avviene a New York il ricongiungimento con la moglie e con José Francisco, con i quali può condividere la propria vita familiare per circa sette mesi. Carmen decide poi di fare ritorno a L’Avana. La dedizione alla causa della Rivoluzione impedisce a Martí di dedicare alla famiglia il tempo richiesto dalla moglie, che non riesce a comprendere la sua devozione per la libertà del popolo cubano, né il dovere e la missione che Pepe, come affettuosamente lo chiamava, ha assunto di fronte alla storia della patria. Così, il 21 ottobre 1880, entrambi rientrano a Cuba.
Il 28 novembre dello stesso anno nasce María Mantilla, figlia di Manuel Mantilla e Carmen Miyares, bambina che con il passare degli anni diventerà la figlia prediletta di Martí, il cui ritratto il Maestro avrebbe portato sul petto nei campi della Cuba libera, come uno scudo protettivo contro le pallottole.
Soggiorno in Venezuela
L’anno 1881 si apre per Martí con la decisione di tentare la sorte in Venezuela. Il 21 gennaio si trova già a Caracas, la Gerusalemme degli americani, come egli la chiamava, e al calar della sera…
(Spagnolo)
«(...) sin sacudirse el polvo del camino, no preguntó dónde se comía ni se dormía, sino cómo se iba adonde estaba la estatua de Bolívar(...)»
(Italiano)
«(…) senza nemmeno scuotersi la polvere del cammino, non chiese dove si mangiasse o dove si dormisse, ma come si potesse andare là dove si trovava la statua di Bolívar (…)»
Tiene lezioni di grammatica francese e letteratura presso il Collegio di Santa María, diretto da Agustín Aveledo, e successivamente svolge l’attività di professore di letteratura nel Collegio Villegas, dove istituisce la cattedra di oratoria. Collabora con il quotidiano La Opinión Nacional di Caracas, utilizzando inizialmente lo pseudonimo M. de Z. nei suoi primi lavori. In seguito fonda la Revista Venezolana, il cui primo e unico numero viene pubblicato il 1º luglio 1881, con trentadue pagine interamente scritte da José Martí. In questa rivista espone idee che rappresentano una significativa manifestazione di rinnovamento letterario nell’Ispanoamerica.
Fin dal suo arrivo nella terra del Libertador, riesce a stringere amicizia con il venezuelano Cecilio Acosta; alla morte di questo illustre compatriota afferma:
(Spagnolo)
«Ha muerto un justo: Cecilio Acosta ha muerto. Llorarlo fuera poco. Estudiar sus virtudes e imitarlas es el único homenaje grato a las grandes naturalezas y digno de ellas. Trabajó en hacer hombres; se le dará gozo con serlo. ¡Qué desconsuelo ver morir, en lo más recio de la faena, a tan gran trabajador!
Sus manos, hechas a manejar los tiempos, eran capaces de crearlos. Para él el Universo fue casa; su Patria aposento; la Historia, madre; y los hombres hermanos(...)»
(Italiano)
«È morto un giusto: Cecilio Acosta è morto. Piangerlo sarebbe poco. Studiare le sue virtù e imitarle è l’unico omaggio gradito alle grandi nature ed è degno di esse. Lavorò per formare uomini; gli si renderà onore diventandolo. Che desolazione vedere morire, nel pieno della fatica, un così grande lavoratore!
Le sue mani, fatte per maneggiare i tempi, erano capaci di crearli. Per lui l’Universo fu una casa; la sua Patria una dimora; la Storia una madre; e gli uomini, fratelli (…)»
L’ira del generale-presidente esplode. Di fronte alla fermezza dei principi del cubano e all’elogio del suo dichiarato nemico personale, il 27 luglio gli ordina direttamente, tramite il proprio aiutante di campo, di abbandonare la patria di Simón Bolívar.
(Spagnolo)
«(...) los ideales enérgicos y las consagraciones fervientes no se merman en un ánimo sincero por las contrariedades de la vida. De América soy hijo: a ella me debo. Y de la América, a cuya revelación, sacudimiento y fundación urgente me consagro, ésta es la cuna; ni hay para labios dulces, copa amarga; ni el áspid muerde en pechos varoniles; ni de su cuna reniegan hijos fieles. Déme Venezuela en qué servirla: ella tiene en mí un hijo.»
(Italiano)
«(…) Gli ideali energici e le consacrazioni ferventi non vengono meno in un animo sincero a causa delle contrarietà della vita.
Figlio dell’America io sono: ad essa devo me stesso.
E di quell’America, alla cui rivelazione, al cui risveglio e alla cui urgente fondazione mi consacro, questa è la culla; né per labbra pure esiste coppa amara, né l’aspide morde petti virili, né i figli fedeli rinnegano la propria culla.
Mi conceda il Venezuela un modo di servirlo: esso ha in me un figlio.»
Ritorno a New York
Guerra Necessaria
Morte in combattimento
Sepoltura
Hall of Fame degli scrittori di New York
Opere
Fonti
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- Tomado de la obra: La Habana, la ciudad de José Martí, Carlos Manuel Marchante Castellanos, Profesor de la Universidad de La Habana y Director del Museo Fragua Martiana
- JOSÉ MARTÍ Retrato de un revolucionario adolescente
Bibliografia
- José Martí. Obras Completas. Edición crítica, Tomo I, del Centro de Estudios Martianos. (in spagnolo)
- Las Poesías Completas de José Martí. Edición crítica, del Centro de Estudios Martianos. (in spagnolo)
- Martí, el Apóstol, de Jorge Mañach. (in spagnolo)
- Cesto de llamas, de Luis Toledo Sande. (in spagnolo)
- Dolor infinito, de Raúl Rodríguez La O. (in spagnolo)
- Iconografía martiana, de Gonzalo de Quesada Miranda. (in spagnolo)
- José Martí, 1853-1895, Cronología, de Ibrahim Hidalgo. (in spagnolo)