Principio: differenze tra le versioni

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Tra tutte le Idee, un ruolo di principio supremo spetta all'Idea del Bene, che Platone, nella ''Repubblica'', descrive con la celebre metafora del Sole. Come il Sole nel mondo visibile permette la vista degli oggetti e ne è la causa della loro crescita, così l'Idea del Bene nel mondo intelligibile è il principio che dona verità agli oggetti della conoscenza e ne è la causa stessa della loro esistenza. Il Bene, quindi, non è semplicemente un principio etico, ma il principio ontologico e gnoseologico assoluto, ciò che sta "al di là dell'essenza", fondando e rendendo possibile tutto il resto.
Tra tutte le Idee, un ruolo di principio supremo spetta all'Idea del Bene, che Platone, nella ''Repubblica'', descrive con la celebre metafora del Sole. Come il Sole nel mondo visibile permette la vista degli oggetti e ne è la causa della loro crescita, così l'Idea del Bene nel mondo intelligibile è il principio che dona verità agli oggetti della conoscenza e ne è la causa stessa della loro esistenza. Il Bene, quindi, non è semplicemente un principio etico, ma il principio ontologico e gnoseologico assoluto, ciò che sta "al di là dell'essenza", fondando e rendendo possibile tutto il resto.


Il ruolo storico di Platone attorno a questa questione è stato letteralmente fondativo. Egli ha istituito per la prima volta in modo sistematico il dualismo tra un mondo sensibile, ingannevole e corruttibile, e un mondo intelligibile, vero ed eterno, i cui principi sono accessibili solo alla ragione. Tale distinzione ha esercitato la sua influenza su tutta la filosofia posteriore<ref>    Cherniss, H., The Riddle of the Early Academy, University of California Press, 1945</ref>: segnò quella antica attraverso la metafisica di Aristotele, si integrò in quella medievale divenendo struttura portante del pensiero cristiano, e ispirò infine quella moderna gettando le basi per un'indagine scientifica del reale.
Il ruolo storico di Platone attorno a questa questione è stato letteralmente fondativo. Egli ha istituito per la prima volta in modo sistematico il dualismo tra un mondo sensibile, ingannevole e corruttibile, e un mondo intelligibile, vero ed eterno, i cui principi sono accessibili solo alla ragione. Tale distinzione ha esercitato la sua influenza su tutta la filosofia posteriore:segnò quella antica attraverso la metafisica di Aristotele<ref>    Cherniss, H., The Riddle of the Early Academy, University of California Press, 1945</ref>, si integrò in quella medievale divenendo struttura portante del pensiero cristiano, e ispirò infine quella moderna gettando le basi per un'indagine scientifica del reale.


== Voci correlate ==
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Versione delle 08:42, 26 ott 2025

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Un principio è un concetto che indica le basi e i presupposti iniziali su cui si basa o poggia una teoria o una dottrina, e che assumono, per convenzione o riconosciuto diritto, validità generale ed universale all'interno stesso di essa.

Caratteristiche

In matematica, per esempio in geometria, i principi sono costituiti da concetti “primitivi” autoevidenti, oggetto di definizione, o da assiomi o postulati, che costituiscono le “regole” da cui sono dedotti necessariamente i teoremi. Solo quest’ultimi possono essere dimostrati. Non possono essere dimostrati, invece, i principi, poiché per farlo bisognerebbe dedurli da qualcos’altro, ma, allora, non sarebbero “principi”. Ecco perché si parla di autoevidenza.

Nelle scienze sperimentali in genere un principio è indimostrabile in senso assoluto, ma viene assunto per vero in virtù della molteplicità delle osservazioni che lo verificano e le predizioni che esso, e le leggi da esso derivate, consentono di fare, venendo al contempo meno, ovvero perdendo la sua caratteristica di universalità, in presenza anche di una sola evidenza sperimentale che lo neghi, com'è tipico della scienza e del suo metodo sperimentale.

In altri contesti, come nel diritto e in filosofia, un principio è assunto come tale in quanto riconosciuto come fondativo o eticamente corretto. Alcuni esempi in quest'ambito sono l'arché dei presocratici, il mondo platonico delle idee, la Causa prima aristotelica, il Logos di Eraclito degli stoici, l'Uno neoplatonico, il Dio delle religioni, ecc. i quali costituiscono un principio non solo cronologico, ma anche ontologico, cosmologico o archetipico.

Storia


«Tutto è acqua». Con questa semplice ma radicale affermazione, nel VI secolo a.C., Talete di Mileto non stava solo proponendo una teoria fisica. Stava compiendo una delle più grandi rivoluzioni intellettuali della storia umana: stava sostituendo il mito con la ragione, l'autorità divina con l'indagine razionale. L'idea di principio iniziò a svilupparsi con la filosofia greca, e Talete di Mileto fu infatti il primo a inserire questo schema sostenendo che la molteplicità del divenire naturale è determinata da un principio comune, l'acqua.

Prima di Talete, il mondo si spiegava attraverso narrazioni mitiche. I fenomeni naturali erano voleri capricciosi degli dèi, il tuono era la collera di Zeus, il mare in tempesta l'ira di Poseidone. Non esistevano leggi universali, solo volontà divine imprevedibili. Talete compì il salto epocale: guardò il cosmo e vi cercò non la mano degli dèi, ma un ordine razionale, una regolarità comprensibile alla mente umana.

La scelta dell'acqua come archè non fu casuale. Osservando la natura, Talete notava come l'acqua fosse essenziale alla vita, come assumesse diversi stati passando da liquido a solido a vapore, come i fiumi scorressero verso il mare e dal mare si elevassero le nuvole per poi tornare come pioggia. In questo ciclo perpetuo vide la manifestazione di un principio unitario che si trasformava senza annullarsi. L'acqua diventava così non solo elemento fisico, ma un qualcosa dove il cambiamento nasceva dalla permanenza, dove la molteplicità scaturiva dall'unità.

Questa intuizione segnò la nascita del pensiero scientifico occidentale. Per la prima volta, si cercava di spiegare la totalità del reale attraverso un principio immanente alla natura stessa, non trascendente ad essa. Non più dèi sul Monte Olimpo, ma leggi dentro le cose. Il principio diveniva così il fondamento razionale della realtà, ciò che permane identico nel mutamento di tutte le cose.

I milesi che seguirono – Anassimandro e Anassimene – svilupparono questo approccio, proponendo principi diversi ma mantenendo ferma l'idea di base: esiste un ordine razionale nel cosmo, e la mente umana può comprenderlo. Anassimandro parlò di àpeiron, l'indeterminato infinito da cui tutte le cose traggono origine e in cui tutte ritornano.

Il tratto comune della filosofia presocratica, questa prima fase del pensiero occidentale, è l'aver eletto la natura a oggetto privilegiato della propria indagine.

Anche quando Parmenide e la scuola eleatica negarono la realtà del divenire, affermando l'immutabilità dell'Essere, lo fecero in nome di una diversa comprensione della natura[1].Per loro la vera physis era l'essere eterno e immobile, mentre il mondo del mutamento era solo apparenza ingannevole.

I fisici pluralisti come Empedocle e Anassagora tentarono poi di conciliare l'unità dell'essere con la molteplicità del divenire. Empedocle con i suoi quattro elementi radicali – acqua, aria, terra, fuoco – mossi da Amore e Contesa; Anassagora con i semi infiniti ordinati da un Intelletto cosmico. In entrambi i casi, la natura restava al centro della loro speculazione, un cosmo da comprendere nella sua struttura profonda.

Democrito e gli atomisti portarono alle estreme conseguenze questo sguardo sulla physis, immaginando un universo composto di atomi che si muovono nel vuoto secondo leggi necessarie. La loro era forse la visione più radicalmente naturalistica: tutto, persino l'anima e gli dèi, era spiegabile attraverso combinazioni di particelle materiali.. Per loro la vera physis era l'essere eterno e immobile, mentre il mondo del mutamento era solo apparenza ingannevole.

La svolta antropologica: quando l'uomo divenne oggetto di indagine

Se i Presocratici avevano scrutato i cieli e indagato i principi del cosmo, fu con i Sofisti e soprattutto con Socrate che lo sguardo si spostò sulla dimensione umana, sulla polis, sull'anima, sulla vita morale. L'uomo e la storia cominciarono a diventare oggetto di analisi in un modo completamente nuovo, segnando una tappa fondamentale nell'evoluzione del pensiero. Questa transizione non fu accidentale, ma rispecchiava le trasformazioni della società greca del V secolo a.C. L'affermazione della democrazia ateniese, lo sviluppo della retorica come strumento politico, l'incontro con culture diverse attraverso il commercio e la colonizzazione – tutti questi fattori misero in crisi le verità tradizionali e resero urgente una comprensione più profonda della natura umana e delle sue creazioni sociali.

I Sofisti furono i primi a compiere sistematicamente questo passaggio. Protagora con il suo celebre "l'uomo è misura di tutte le cose" affermava che le questioni umane vanno giudicate secondo criteri umani, non in riferimento a principi cosmologici astratti. Gorgia, con il suo trattato "Sul non-essere", smantellava le certezze metafisiche per concentrarsi sulla forza persuasiva del linguaggio – strumento per eccellenza delle relazioni umane.Ma fu Socrate a portare alle estreme conseguenze questa svolta antropologica. Il suo "conosci te stesso", ripreso dall'iscrizione del tempio di Delfi, diventò il programma di una vita dedicata all'esame interiore e al dialogo. Mentre i filosofi naturali interrogavano la physis, Socrate interrogava gli ateniesi nelle piazze, mettendo in discussione le loro convinzioni sulla giustizia, sul coraggio, sulla virtù.

Aristotele, da parte sua, sistematizzò lo studio dell'uomo in tutte le sue dimensioni: l'Etica Nicomachea esplora la vita buona, la Politica analizza le forme di governo, la Poetica indaga la creatività artistica, la Retorica studia la persuasione. Con Aristotele, l'uomo diventa "l'animale che ha il logos", non solo nel senso di possedere il linguaggio, ma nel senso di essere capace di auto-comprensione razionale.

Parallelamente, anche la storia cominciò a emanciparsi dalla cronaca mitica per diventare oggetto di analisi critica. Erodoto, il "padre della storia", pur non rinunciando completamente al meraviglioso, cercò già di distinguere tra fatti verificati e racconti leggendari. Tucidide, con il suo studio della guerra del Peloponneso, compì un salto qualitativo ancora maggiore: la sua non era semplice cronaca, ma un'analisi scientifica delle cause profonde degli eventi storici, delle dinamiche di potere, della psicologia collettiva. Per la prima volta, la storia veniva studiata come prodotto di forze umane comprensibili razionalmente, non come teatro di interventi divini.

Platone

Per Platone, il principio (arché) non si configura come un mero inizio temporale, bensì come la fondazione ontologica e razionale dell’essere: ciò che è primario, eterno e autenticamente reale, in contrapposizione al mondo sensibile del divenire e dell’apparenza. Esso costituisce, pertanto, la via d’accesso alla verità, la chiave di volta che sostiene l’intero edificio della realtà e della conoscenza.

Il principio platonico per eccellenza sono le Idee, o Forme. Esse non sono concetti astratti nella mente umana, ma realtà ontologiche perfette, eterne e immutabili che esistono in una dimensione iperurania, al di là del cielo sensibile. L'Idea del Bello, del Giusto, del Buono, ma anche l'Idea di un letto o di un cavallo, costituiscono l'essenza vera della realtà. Il mondo che percepiamo con i sensi non è che una copia imperfetta, un'ombra evanescente di questi principi ideali. In questo senso, il principio è ciò che conferisce intelligibilità e ordine al caos delle percezioni. Senza il principio-Idea, il mondo sarebbe un flusso inintelligibile, privo di identità e di significato.

Tra tutte le Idee, un ruolo di principio supremo spetta all'Idea del Bene, che Platone, nella Repubblica, descrive con la celebre metafora del Sole. Come il Sole nel mondo visibile permette la vista degli oggetti e ne è la causa della loro crescita, così l'Idea del Bene nel mondo intelligibile è il principio che dona verità agli oggetti della conoscenza e ne è la causa stessa della loro esistenza. Il Bene, quindi, non è semplicemente un principio etico, ma il principio ontologico e gnoseologico assoluto, ciò che sta "al di là dell'essenza", fondando e rendendo possibile tutto il resto.

Il ruolo storico di Platone attorno a questa questione è stato letteralmente fondativo. Egli ha istituito per la prima volta in modo sistematico il dualismo tra un mondo sensibile, ingannevole e corruttibile, e un mondo intelligibile, vero ed eterno, i cui principi sono accessibili solo alla ragione. Tale distinzione ha esercitato la sua influenza su tutta la filosofia posteriore:segnò quella antica attraverso la metafisica di Aristotele[2], si integrò in quella medievale divenendo struttura portante del pensiero cristiano, e ispirò infine quella moderna gettando le basi per un'indagine scientifica del reale.

Voci correlate

Collegamenti esterni

Note

  1. Karl Popper, Il mondo di Parmenide (1998)
  2. Cherniss, H., The Riddle of the Early Academy, University of California Press, 1945